Artigianato

Come del resto in molte zone della Calabria (per mancanza di nuove leve che intraprendano l’arte del fare dei padri), l'artigianato di San Pietro va perdendosi inevitabilmente. Qui di seguito sono elencati antichi e contemporanei mestieri paesani :
Stagnàru
:
Artigiano che rivestiva con lo stagno le pentole.
Umbrellàru
:
Artigiano che riparava gli ombrelli.
Carvunàru
:
Persona che faceva il carbone nei boschi.
Cistàru
:
Artigiano che costruiva le ceste.
Mbastàru
:
Artigiano che costruiva le selle degli asini (allora unico mezzo di
locomozione nel paese).
Seggiàru
:
Artigiano che costruiva le sedie.
Castagnàru
e pastillàru :
Colui che si occupava della trasformazione della castagna in "pastilli"
(castagne secche).
Massara
:
La donna che tesseva al telaio.
Varrilàru
:
Artigiano che fabbricava e riparava i barili.
Scarpàru
:
Artigiano che riparava e costruiva le scarpe su misura recandosi presso le famiglie.
Campusantàru
:
Il custode del cimitero.
LA LAVORAZIONE DELLA GINESTRA : "A IINOSTRA"
Dopo la festa del Carmine (il 16 di luglio) sulle montagne si raccoglieva la ginestra, che veniva falciata. Si preparavano piccoli fasci che venivano legati e piegati in due e si portavano al fiume. Si facevano bollire in un calderone, (a quadàra), rigirandoli affinchè si cuocessero in modo omogeneo. Si toglievano poi dal fuoco e si mettevano a terra. Si immergevano nel fiume, tenendoli fermi con delle grosse pietre e si lasciavano immersi nell'acqua per circa otto - dieci giorni. Trascorso questo tempo si toglievano dall'acqua e gli uomini li battevano con una mazza di legno, dopo averli coperti con sabbia di fiume. A questo punto, le donne lavavano la ginestra che diventava bianca. Le stesse donne, nell'acqua, estraevano la parte interna, lasciandone un pezzo ancora attaccato, poichè intorno ad esso si avvolgevano i fili della ginestra, chiamati "stame". Si metteva, così, al sole ad asciugare per alcuni giorni. Una volta asciugata, si eliminavano i "ristùcci" ovvero la parte più dura, interna, che veniva utilizzata per accendere il fuoco, mentre restava la stame che doveva essere filata. Dalla stame si levava la parte più grezza, che veniva filata per poi tessere strofinacci, sacchi e i "saccùni" (che venivano riempiti di paglia e costituivano i materassi), mentre le stame più sottili servivano per tessere le lenzuola o le tovaglie da tavola.
LAVORAZIONE DEL BACO DA SETA : "U SìRICU"
Si
comprava il seme (ad once) che veniva messo in una pezzuola e poi riposto nella
paglia del letto per 15 giorni; con il calore nascevano i piccoli bachi (questo
avveniva i primi giorni di Maggio). Si apriva la pezzuola e si metteva il baco
in un canestro vicino al fuoco, alimentandolo due volte al giorno con foglie di
gelso tagliate sottili. In questo modo si nutriva per otto giorni. Trascorso
tale periodo, si toglieva assieme alle foglioline e si trasferiva in una cesta
rettangolare più grande "a quarta". Dopo otto giorni (sempre
alimentato mattina e sera), cominciava a dormire per 24 ore, senza mangiare.
Usciva poi dalla prima spoglia e diventava più grande, per cui mangiava tre
volte al giorno, per altri otto giorni. Si addormentava per la seconda volta per
altre 24 ore, dopo di che veniva suddiviso in più ceste, perché man mano
cresceva, mangiava ancora per otto giorni, poi si addormentava per la terza
volta "suannu a mundu". Si allargava ancora in più ceste e
cominciava a nutrirsi con foglie di gelso intere per altri otto - dieci giorni,
dopo essere stato trasferito in ceste pulite. Quando raggiungeva la lunghezza di
un dito, cominciava a muoversi con la testa per salire sulle "canocchie",
(rami di eriche o erba secca). Qui cominciava a lavorare, richiudendosi nel
bozzolo.
Dopo circa dieci giorni si toglieva dalla cannocchia, si eliminava il primo
velo, che non serviva a niente, dal bozzolo, che rimaneva pulito. Per ricavare
il filo di seta si faceva bollire il bozzolo, poi si immergeva un fascio di
eriche secche, arrotondate dalla punta, nel pentolone, e si estraeva la seta,
che restava attaccata al fascio di eriche. Una donna estraeva quei fili,
raccogliendoli nell'arcolaio, fino all'esaurimento. Quello che restava nella
pentola si faceva ancora bollire e si ricavava seta grezza "u cuccùllu".
Si filava al fuso e si faceva tessere al telaio. Se per l'anno successivo si
voleva evitare di comprare il seme, si conservavano alcuni bozzoli, dai quali,
dopo 15 giorni usciva la crisalide, che deponeva le uova che venivano conservate
in una pezzuola all'interno di una scatola.
